Bruto - Kim Fielding, Stella Mattioli
"Quando arrivò alla parte bassa della schiena del prigioniero, Gray allargò appena le gambe, e Bruto s’immobilizzò. “Ehm…”
“Non… non de-devi. Po-posso far… farlo io…”
“Va bene così,” rispose Bruto in tono fermo. Era un uomo adulto. Era in grado di lavare un prigioniero sporco senza fare la figura dell’idiota. Anche se il prigioniero aveva davvero un bel sedere.
Quando Bruto arrivò ai piedi di Gray, quest’ultimo era ragionevolmente pulito e profumato, e Bruto era duro in modo imbarazzante. Era solo contento che Gray non potesse vedere il modo in cui il tessuto dei pantaloni si tendeva, quando Gray emise un suono soffocato e si voltò verso di lui. Anche lui era eretto, e le sue guance rasate di fresco erano arrossite. “S-s-scusa
Non… non pen…savo che… che… quell’affa-affare fun…zionasse a-ancora. È…” Gray afferrò la mano insaponata di Bruto e passò le dita su quelle dell’altro. “Ca-callose. Be-bella sen…sazione.”
Bruto non si allontanò, e per diversi minuti rimasero entrambi lì in piedi, mano nella mano, il respiro che risuonava contro le pareti della cella. Bruto non fu neanche particolarmente sorpreso quando Gray chinò la testa e, evitando la mano insaponata, premette le labbra sul suo grosso avambraccio. “Gra…zie, Bruto.”
“Non è il mio nome.” Chiaramente non era padrone della propria lingua.
Ma Gray si limitò ad alzare la testa. “Come?”
“Bruto. Mi chiamano così. Mi chiamano tutti così da quando… da quando ero un bambino. Ma non è il mio vero nome.” A volte se lo dimenticava. Pensava a se stesso come a Bruto, e l’ultima persona a chiamarlo con il suo vero nome era stata sua madre, subito prima di morire. Lo aveva abbracciato e baciato sulla testa, e lo aveva chiamato ‘bravo ragazzo’, prima di avvelenarsi.
“Co-co… come ti chiami?” la voce di Gray era calma.
“Aric. Sono Aric.”
Gray sorrise. “Ciao, Aric.”"